PREMESSA all’appello “RIFORMIAMO LA FINANZA PER UN’ ECONOMIA CIVILE E SOLIDALE”

 

La crisi è l’indice di una profonda delegittimazione etica del capitalismo finanziario e predatorio, soprattutto anglosassone che si era imposto come paradigma di riferimento internazionale. Il segno che un’elite imprenditoriale e manageriale non ha saputo condividere e mediare il suo ruolo sociale e la sua remunerazione con gli altri gruppi sociali per il superiore, comune interesse collettivo.  Ci occupiamo della crisi perché siamo convinti di essere giunti al capolinea di un modello di economia e di società unitamente all’ideologia che lo ha ispirato e sostenuto, il fondamentalismo del mercato, lo sguardo corto delle strategie aziendali, le miopie degli interessi nazionali.

Perché la crisi espropria il futuro di intere generazioni, di chi il lavoro lo aveva, di chi aveva un lavoro precario, di chi ne era alla ricerca, soprattutto le giovani generazioni, soprattutto le donne. L’esproprio del futuro è la punizione più grande che una comunità possa infliggere ad un suo componente. La privazione del lavoro è assenza d’identità, di appartenenza sociale, di cittadinanza.  Perché lo spreco dei ricchi trascina la crescita dei poveri; che combinata con la speculazione dei ricchi sulle materie prime energetiche ed alimentari estende l’area degli affamati e ne aggrava le condizioni.

La matrice strutturale della crisi è riconducibile per noi al gioco combinato di tre fattori: una lunga fase di crescita a debito dell’economia degli Stati Uniti e mondiale, che ha sancito il primato della rendita finanziaria sul profitto e sul reddito da lavoro; l’indebitamento è stato il principale fattore di crescita, diventando soluzione obbligata per contenere il declino del reddito.  Il cambiamento del modello di intermediazione bancaria, soprattutto negli Stati Uniti, che ha comportato l’assunzione di rischi elevati ed estremi non gestiti dagli intermediari bancari e finanziari perché dispersi, attraverso le cartolarizzazioni, nei mercati dei capitali. La politica economica liberista, che ha adottato in forme integrali e subalterne gli assunti della shareholder  theory, secondo la quale l’esclusiva mission dell’impresa è la creazione di valore nel brevissimo termine, per l’azionista, diventando vessillifera della globalizzazione deregolata e anarchica.

La nostra proposta, articolata in 20 punti, rappresenta la sintesi del confronto e del dibattito nei quali sono impegnate le organizzazioni e le associazioni che hanno dato vita a Terrafutura. Essa delinea le linee di un’economia e di una finanza alternative alla matrice strutturale che ha scatenato la crisi. A partire da una Governance globale, una nuova Bretton Woods, dotata di istituzioni democratiche, di poteri, di procedure sanzionatorie in grado di superare le resistenze e le interdizioni degli stati nazionali. L’economia globale è segnata da una profonda, insuperata asimmetria: la globalizzazione esige interdipendenza tra le economie, gli stati non delegano poteri a istituzioni sopranazionali, pretendono l’autosufficienza e poteri illimitati.

Alla costruzione di una nuova Governance mondiale deve accompagnarsi una riforma internazionale dei mercati finanziari che investa pure il riequilibrio redistributivo della ricchezza e del reddito. Mentre la nuova Governance risponde al vuoto regolativo lasciato dalle politiche liberiste, la regolazione dei mercati finanziari risponde alla finanziarizzazione selvaggia dell’attività bancaria ed agli effetti che la struttura deregolata dei mercati finanziari ha avuto sulle strategie e sulle gestioni delle aziende di credito; perché è quella struttura che detiene i criteri del valore, della sua produzione, della sua distribuzione, degli orizzonti temporali della Governance.

Un buon equilibrio molecolare è condizione di una fisiologia generale sana e vitale che si esprime nello sviluppo sostenibile, nella coesione sociale, nella democrazia economica, nella funzione redistributiva della progressività fiscale e del welfare, nella partecipazione della società civile, attraverso le sue rappresentanze organizzate, al governo del Paese.

 

 

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